Quanto è comune il bene pubblico?

Ph Andrea Lionetti

Anche in questo numero di Viavai ci troviamo a informare lettrici e lettori sugli ennesimi casi di conflitto che si manifestano nel nostro territorio nell’uso di beni pubblici, beni che sono utilizzati dai cittadini e dal cui utilizzo, appunto, è difficile escluderne qualcuno. Le vicende relative alla contrastata programmazione del Cinema Aquila, il murales “Meet Halfway” deturpato da ignoti vandali, ma anche la non chiara attribuzione delle risorse del Governo per il recupero delle periferie urbane e i raid distruttivi nelle vetture dei mezzi pubblici ne sono un esempio.

Per tutti questi casi – e per tanti altri su cui il nostro giornale vi informa – si tratta di un danno provocato ad un bene condiviso o di una limitazione al suo uso – le proiezioni cinematografiche al pari dell’utilizzo dei mezzi del trasporto pubblico. É del tutto evidente che a provocare questi effetti sia chi non riconosce il diritto degli altri a poterne usufruire, che è la caratteristica che qualifica questi beni come prioritariamente tutelati. Proprio i casi documentati in questo numero, alla luce della definizione che ne abbiamo appena fornito, ci pongono almeno un paio di interrogativi.

Il primo è relativo alla definizione di questi beni: fino a quando possono essere definiti pubblici e condivisi beni in cui utilizzo per tipo e finalità sembra del tutto non comune? Sarebbe logico che se un bene è di tutti e ognuno beneficia dall’utilizzarlo, anche solo nel nome dell’individualismo più sfrenato – che si dice essere la cifra dei nostri tempi – dovrebbe essere preservato da ognuno di noi. A differenza dei beni comuni, la cultura cinematografica come le espressioni artistiche su muri prima anonimi, questi beni pubblici possono essere usati da tutti senza che ne venga diminuito l’uso altrui.

Quindi fare un uso a proprio piacimento di questi beni o addirittura sottrarli all’uso altrui, deturpandoli, non porta alla lunga ad affermare se stessi e i propri bisogni su quelli degli altri, che potrebbero fare lo stesso con noi. Allora, servirsi di beni pubblici come viene spesso fatto nello stesso territorio e più diffusamente nella nostra società, si rivela un comportamento controproducente anche negli stessi confronti di chi non rispetta la natura stessa di quei beni. Il secondo quesito è relativo alla tutela di questi beni e del loro uso comune.

Abbiamo sottolineato come la loro importanza per la vita individuale e collettiva li renda primari all’attenzione dei governanti. Osservazione che sembra essere smentita dalle scelte sulle priorità di intervento a favore delle periferie urbane del Governo così come dalle preferenze per alcune sensibilità etiche e non altre nello stilare un programma di proiezioni.

I più critici liquiderebbero entrambe queste domande decretando la fine della società, intesa come vita collettiva e comunione di beni e di valori. I tecnici, fra questi la Commissione presieduta da Stefano Rodotà nel 2007, hanno diligentemente elaborato una classificazione dei beni pubblici a seconda delle esigenze dei cittadini che le loro utilità possono soddisfare assegnando priorità e specifiche tutele.

I cittadini, infine, nella quotidianità dell’uso di questi beni possono rendere concrete tali classificazioni tecniche e, in questo modo, dare una risposta effettiva anche ai più critici e a chi deve tutelare questi beni: non potranno mai “finire” di esistere bisogni e valori comuni fino a quando la bellezza di un murales, il messaggio di una pellicola o l’utilità di un mezzo di trasporto pubblico potranno beneficiare ognuno di noi, solo e nella misura in cui lo faranno per tutti gli altri!

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