Quando le regole vanno in fumo!

Il fumo è quello dei roghi tossici che ormai stabilmente da qualche anno invadono molte aree della nostra città fra cui anche molti siti nei nostri territori. Le sedi di questi incendi sono disseminati in tutta l’area urbana, da Castelverde alla Barbuta, da Valle Aurelia a Lunghezza, fino alla “nostra” Tor Sapienza e i residenti si trovano spesso costretti a chiudere le finestre e anche ad evitare di uscire per non respirare l’odore acre e le sostanze inquinanti che si sprigionano dai falò di materiale plastico e ferroso che vanno in fumo. E con loro, diritti, norme e regole della civile convivenza che non possono essere disattese in una città del Terzo Millennio.

Ne diamo conto anche in questo numero di Viavai (pag. 3), per l’ennesima volta dopo i fatti di risonanza nazionale che hanno sollevato recentemente le denunce e le proteste dei residenti delle aree limitrofe il campo nomadi di Via Salviati.

Ne torniamo a parlare, a partire dall’evento strettamente connesso alla cronaca di un nuovo rogo proprio all’interno del Parco archeologico di Centocelle, non solo per la gravità del fatto, per l’impatto sull’ambiente interessato e per le legittime denunce dei residenti.

Una riflessione specifica la meritano le cause di questi roghi e, collegato a ciò, l’impotenza delle autorità preposte a far rispettare la normativa vigente, particolarmente sanzionatoria trattandosi di condizioni di rischio per la salute dei cittadini. Come sempre le cause spiegano gran parte delle ragioni per cui gli effetti attesi stentino a realizzarsi, suscitando la rabbia di quei cittadini di cui raccontiamo le proteste. Ben più che cause riconducibili alle attività di raccolta di materiale di scarto da parte dei nomadi nei loro campi, sono quelle che stanno emergendo dalle investigazioni delle autorità giudiziarie e del giornalismo d’inchiesta, che hanno evidenziato un sistema consolidato di smaltimento di rifiuti pericolosi nelle aree periferiche della città, magari in aree protette, ma anche presso i campi nomadi, “a ciò deputati” presso l’opinione pubblica.

Ad esempio, in un volume recentemente pubblicato da Belli, Granata, Risi e Vivona si dimostra come la crisi economica abbia indotto a disperdere materiali chimici di scarto delle varie produzioni – industriali, ma anche di meccanici o fabbri – evitando di affrontare i costi dello smaltimento sicuro e affidandosi agli stessi nomadi o a procedure illecite. Si genera, in questo modo, un fenomeno di difficile controllo da parte delle autorità e tutte le Amministrazioni recenti, fino all’attuale, sembrano davvero impotenti sia a organizzare un piano di sorveglianza sugli sversamenti illegali che di monitoraggio delle attività presso e dentro i campi. Se diventa ancora più complesso tutelare la salute dei residenti, molto potrebbe essere fatto per avviare un serio programma di intervento. In primo luogo superando le interferenze varie che salgono dall’opinione pubblica fino alle istituzioni, sulla base degli stereotipi negativi contro i nomadi, così come, al contrario, per inspiegabili “franchigie” a loro favore, perché è in gioco la salute di tutti coloro che vivono in quelle aree. In secondo luogo, un mirato investimento su procedure di smaltimento agevolato per tutti gli attori economici che lavorano con sostanze pericolose non farebbe che rendere effettiva la cultura ambientale. E, più in generale, a ripristinare regole condivise, ciò che ci si attende da un buon governo!

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