L’EDUCAZIONE FISICA È UN DIRITTO DI TUTTI

In merito all’integrazione scolastica degli studenti con disabilità molto spesso si ignora la valenza della lezione di educazione fisica. Gli americani, in questo caso, ci insegnano. Una direttiva del governo Obama determina il diritto all’attività sportiva, nelle ore scolastiche, anche per gli alunni con disabilità. Già nel 1973, con il Rehabilitation Act e l’Individuals with Disabilities Education Act, Washington impose un’educazione pubblica senza discriminazioni, punendo le scuole che avessero escluso gli studenti disabili, con l’interruzione dei fondi pubblici.

Con tali atti si pone l’accento sullo sport, come parte imprescindibile della piena integrazione scolastica. Nello specifico, viene ordinato alle scuole di creare i presupposti favorevoli alla partecipazione degli studenti con handicap alle gare sportive e di adottare programmi specifici, adeguati ai differenti casi. Si tratta di un “ordine” perentorio e non di vaghe linee guida.

In questo contesto, diversi altri Stati propongono interessanti programmi di inclusione scolastica. Sono notizie che amplificano ancor più la differenza con il nostro sistema educativo, dove l’ora di ginnastica per gli alunni con disabilità passa in ultimo piano, vuoi per le barriere architettoniche esistenti negli edifici scolastici, che per l’impreparazione degli stessi educatori di fronte al problema.

Di frequente, sono anche i genitori ad “appoggiare” inconsapevolmente l’esclusione dei loro figli dall’attività fisica, accettando la consuetudine di presentare il certificato di esonero per patologia, spesso veicolata come “soluzione semplificativa”, piuttosto che iniziare una sorta di battaglia per far valere un sacrosanto diritto. Le scuole d’altra parte lamentano una cronica mancanza di fondi che non permette loro di intervenire sull’inaccessibilità delle palestre, ma a pesare è anche la mancanza di una coerente cultura dello sport nella disabilità, di un sistema scolastico che desideri fortemente contrastare contro lo stereotipo del “disabile non in grado di fare” e di docenti preparati ad approcciarsi a questi ragazzi con le giuste strategie.

Infatti, anche nei casi in cui ci si trovi davanti a  gravi handicap motori si può pensare di programmare dei percorsi personalizzati, ad esempio con la collaborazione tra l’insegnante e il fisioterapista che segue il ragazzo. Non è difficile immaginare quali benefici possano scaturire da una presa in carico attenta e sensibilizzata, anche in questo ambito, degli studenti svantaggiati. E sicuramente non passa in secondo piano il valore sociale che potrebbe assumere tale impegno. L’istituzione scolastica dovrebbe impegnarsi nel colmare questo aspetto importante del percorso formativo degli studenti con disabilità, la scuola è in fondo il primo contesto dove parrebbe naturale praticare a tutto tondo quell’inclusione che, ad oggi, pare restare incastrata in mezzo a tante belle parole.

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